Detesto questo periodo dell’anno. La zuccherosa ipocrisia del Natale, con le sue sinistre lucine, la neve finta, il troppo cibo, la troppa gente falsamente allegra. Neanche da bambina mi piaceva granché, il Natale, con le oceaniche riunioni familiari, i cugini insopportabili, mia madre in cucina per giorni e l’obbligo di fare e disfare un albero gigantesco, di sistemare un presepe traballante con le figurine sempre fuori scala… 
Babbo Natale poi -vecchio panciuto untuoso- non mi è mai stato simpatico. All’epoca neanche portava i regali, per quelli bisognava aspettare la Befana che arrivava, vecchietta malefica, proprio l’ultimo giorno delle vacanze da scuola, quando ormai, dipo giorni e giorni di noia freddolosa, non c’era tempo per godersi i nuovi giochi.
Per questo anzichè fare gli auguri a chi milegge, segnalo il godibilissimo Fuga dal Natale, un bestseller di John Grisham da cui fu tratto anche un film.
Stanchi di spendere migliaia di dollari in regali, beneficienza e acquisti inconcludenti, saturi dei rituali di noiosi efsteggiamenti in cui li coinvolgono amici e conoscenti, liberi da obblighi familiari perchè la loro unica figlia è partita per una missione umanitaria in Perù, Luther e Nora Krank decidono di sottrasi al Natale, regalandosi una crociera ai Caraibi.
Più facile a dirsi che a farsi… prima con un po’ di esitazione, poi con sempre maggiore convinzione ed entusiasmo i due affrontano l’ostilità (e in alcuni casi l’invidia) dei vicini che tentano in tutti i modi di ostacolare il loro progetto e diventano addirittura bersaglio della stampa. Incuranti, seppur sconcertati, portano avanti il loro progetto, ma quando ormai è tutto pronto e non resta che chiudere le valige… una telefonata ribalta la situazione, facendoli precipitare in una specie di incubo che li obbliga a rincorrere il Natale.
Non è il Grisham che siamo abituati a conoscere, che sfodera in questo racconto una graffiante ironia, con tratti di comicità travolgente e ci conduce a un falso lieto fine in cui il Natale si impone senza lasciare vie di fuga.

December 5th, 2008 in
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Quattro giorni dopo l’attacco dei tedeschi, cessata ormai la cosiddetta dròle de guerre, i muri della città furono tappezzati di grandi manifesti rossi con l’annuncio che tutti gli “stranieri ostili” sarebbero stati internati in campi di concentramento.
La città è Parigi, e lei è Lisa Fittko, nata nel 1909 a Uzhorod (attuale Russia), e ancora oggi attiva a Chicago -dove vive dal 1948- nel movimento pacifista. L’incipit è quello de La via dei Pirenei, in cui racconta la sua prigionia nel campo di concentramento di Gurs, dove si ritrovò intrappolata, insieme a decine di migliaia di emigrati tedeschi in Francia, durante la seconda guerra mondiale e poi l’avventurosa fuga di centinaia di esuli dalla Francia occupata dai nazisti alla Spagna attraverso i sentieri dei Pirenei.
Nel 1933, a causa del suo impegno politico contro il regime nazifascista, abbandonò col marito Hans Fittko la Germania per organizzare la resistenza in Svizzera, Olanda e Francia, dove venne internata nel campo di concentramento di Gurs. Le sue vie di fuga e la collaborazione con l’Emergency Rescue Committee, la portarono a svolgere un importante ruolo al confine sui Pirenei tra la Francia non occupata e la Spagna. Attraverso l’F-Route, Lisa e Hans Fittko riuscirono a far passare la frontiera clandestinamente a centinaia di esuli, tra i tanti anche Walter Benjamin.
Nonostante racconti la tragedia di tante esistenze il racconto -Lisa aveva più di sett’antanni, quando lo ha scritto- è scorrevole, avvincente, a tratti segnato da una vena di umorismo. Il linguaggio è asciutto, immediato, ma mai povero. Un bel libro, insomma, che ha il pregio di conservare la memoria senza pietismi o autocompiacimenti, una testimonianza lucida, viva, prepotente. E’ stato pubblicato da Il Manifesto nel 2000, non so se si trovi ancora in libreria o presso l’editore (a me lo ha regalato una sua amica) ma vale la pena cercarlo. Non credo ci sia altro di suo tradotto in italiano, ma ha scritto un altro libro di memorie “Solidaritaet unerwuenscht” (1992). E’ morta nel 2005
Antropologo, psicologo e filosofo, compie oggi cent’anni Claude Levi-Strauss, padre dell’antropologia strutturale, amico e prezioso interlocutore di intellettuali quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoire, Raymon Aron, Maurice Merleau-Ponty, Roman Jakobson.
Di lui conosco soprattutto gli scritti antropologici, saggi che hanno caratteristiche tali da essere letti quasi come romanzi o diari di viaggi, il più famoso dei quali (quello che per altro gli procurò una grande popolarità) è Tristi Tropici. Il libro è del 1955, circa quindici anni dopo le spedizioni che, dal Mato Grosso all’Amazzonia. lo portarono a contatto con le tribù indigene del Brasile, dove si era trasferito, poco dopo la laurea in filosofia, per insegnare sociologia all’Università di São Paulo. Solo negli anni novanta verrà pubblicato invece Saudades do Brasil,
che raccoglie le fotografie -accompagnate dai commenti dell’autore- che Lévi-Strauss scattò in Brasile tra il 1935 e il 1939 nel corso delle spedizioni.
Altrettanto famoso, ma di minor facile approccio, esce nel 1962 Il pensiero selvaggio, in cui analizza miti e credenze alla ricerca di un a qualità del pensiero che accomuna gli esseri umani di tutte le epoche. Il libro darà poi vita a acceso dibattito con jean Paul Srtre riguardo alla natura della libertà umana.
La seconda metà degli anni ‘60 e buona parte degli anni ‘70 lo impegnano nella stesura di quattro volumi di studi dal titolo Mythologiques: Il crudo e il cotto, Dal Miele alle ceneri, Le origini delle buone maniere a tavola e L’uomo nudo, tutti pubblicati, in Italia, da Il Saggiatore.
Mambro dell’Académie française e dell’American Academy of Arts and Letters ha ricevuto premi e riconoscimenti di prestigio in tutto il mondo, ma soprattutto è stato ed è molto letto e amato anche da un pubblico vasto, non di specialisti, che con grande semplicità ha saputo condurre nell’esplorazione di temi complessi.

foto: Eidon
[...]E il Tg3, Telekabul, è stata la creatura che ha amato di più e che ha creato un legame tra lui e la gente - il popolo dei tempi della tv- così forte che ancora oggi a distanza di quasi vent’anni da quando il Cda dei professori pose fine all’avventura, tanti lo fermavano per strada chiedendogli “Direttore, quando ritorni?”.
A battezzare il Tg3 Telekabul fu un Giuliano Ferrara irritato dal corsivetto mandato in onda a conclusione del servizio sul congresso socialista dell’Ansaldo, che ironizzava sulla collocazione negli scantinati della postazione data al tg dei cattivi. Un nomignolo che finì sulle prime pagine dei grandi giornali e gli regalò sette punti di share. [...]
tratto da Aprileonline
Così chiamava i bambini, in suo celebre e splendido pezzo, Manuel Serrat. Questi ragazzini che sono il futuro, un futuro su cui investiamo poco e spesso in maniera strumentale. Basti vedere come proprio oggi, mentre si celebra la giornata nazionale dei diritti dell’infanzia, il Governo rilanci la proposta delle classi ponte. Intanto, mentre la scuola pubblica viene declassata e rischie di sparire, il quotidiano La Repubblica ha offerto un interessante spazio di espressione alle scuole e soprattutto ai loro utenti diretti:ragazzi e professori.
Come la vorrebbero, loro la scuola?
Ed è interessante leggere come per i ragazzini la scuola dovrebbe cambiare aspetto. Proposte che molto si avvicinano alle più avanzate concezioni dei posti di lavoro, E per i bambini la scuola è un po’ come il nostro posto di lavoro, no?
Nella scuola farei un bar, così a ricreazione chi non ha la merenda la prende al bar e, quando vengono le mamme a parlare con i professori, vanno al bar a prendere un caffè.
propone uno. e un altro:
Al posto delle sedie metterei delle poltrone e al posto del banco una vera scrivania. Poi vorrei le luci colorate, come in discoteca e infine uno scivolo sulla finestra, in modo da uscire per primi.
trovate altri commenti qui.
Come dar loro torto?
Gran parte dei libri che leggiamo, specie quelli inseriti in collane che hanno il privilegio di essere curate da un buon Art Director, come per esempio la Piccola Biblioteca di Mondadori, curata da Giacono Gallo, hanno in copertina delle illustrazioni. Certo non è la copertina a farci scegliere un libro…ma a volte quando ci ritroviamo fra le mani il libro di un autore o di una piccola casa editrice sconosciuti, quando, insomma, siamo più curiosi e meno determinati anche quella ha la sua importanza. Ma quanti di noi vanno a cercare nei risvolti o nella quarta di copertina il nome dell’illustratore?
Solo col tempo alcuni di loro restano scolpiti nell’immaginario, nella maggior parte dei casi invece scivolano via, rimanendo sconosciuti..
Allora volevo segnalarvene alcuni, pescando fra i miei amici…
Questo è Fabian Negrin, un argentino trapiantato a Milano, illustratore ma anche autore di molti libri per ragazzi. Ha pubblicato in Italia e all’estero per diverse case editrici, ma ha un rapporto particolarmente stretto con Orecchio Acerbo.
Questo libro ha una storia tutta particolare. La monetina che occupa la “O” di soldi è dipinta a mano dall’autore e poi incollata sulla copertina. Le copie erano pronte per essere presentate alla Fiera del libro di Bologna del 2007. E invece, pochi giorni prima, i ladri si sono portati via i computer della casa editrice e… le monetine! Fabian ha dovuto ridipingerne in tutta fretta altre mille. Altro che una rapina da 4 soldi!!
Questa, invece è di Pedro Scassa, un brasiliano che vive a Roma da circa vent’anni. Ha lavorato per le principali testate italiane e esposto i suoi lavori in diverse mostre in Italia ed Europa, incluse tre personali. Come illustratore di libri per ragazzi ha pubblicato con Giunti, Orecchio Acerbo, Editori Riuniti e Edizioni Lapis e ha un rapporto particolarmente stretto con l’editrice Voland, per la quale ha illustrato di versi libri di Amelie Nothomb. Musicista nel tempo libero ha disegnato anche una ricca galleria di ritratti di jazzisti.
E poi Alberto Ruggieri, romano, docente di illustrazione all’Istituto europeo di Design di Roma. Pittore, oltre che illustratore, ha collaborato con molte fra le principali testate e agenzie pubblicitarie italiane e ha coordinato diversi progetti editoriali, tra cui la collana di libri per ragazzi Matite italiane per Gianni Rodari
Un tempo le loro illustrazioni apparivano frequentemente anche in riviste e quotidiani, che oggi lasciano loro molto meno spazio. Sono amici, hanno spesso lavorato insieme e in comune hanno una lunga esperienza nell’editoria per ragazzi, settore molto più aperto di altri al mondo dell’illustrazione.
E’ stato presentato a Roma nei giorni scorsi e lo sarà oggi a Torino al Circolo dei Lettori Mondi al limite - 9 scrittori per Medici Senza Frontiere: nove reportage d’autore sulle crisi invisibili che affliggono il sud del mondo. Dalla Thailandia alla Cambogia, dalla Somalia alla Repubblica Democratica del Congo, dal Brasile alla Colombia, dal Pakistan all’Italia, nove scrittori italiani (Baricco, Benni, Carofiglio, Covacich, Dazieri, Di Natale, Giordano, Pascale, Starnone) raccontano la realtà di alcune aree in cui opera MSF. Il volume, edito da Feltrinelli e già disponibile i librero, è corredato dai disegni di Emilio Giannelli.
Medici Senza Frontiere (MSF) è la più grande organizzazione umanitaria indipendente di soccorso medico al mondo, nata per offrire soccorso sanitario alle popolazioni in pericolo e testimoniare delle violazioni dei diritti umani cui assiste durante le sue missioni in oltre sessanta paesi. Nel 1999 è stata insignita del premio Nobel per la Pace.
La leggenda metropolitana farcita di pregiudizi e condita dall’ignoranza che ci racconta che rom e sinti che vivono nel nostro paese e spesso ne sono cittadini -gli zingari, come spesso vengono chiamati- rubino i bambini è dura a morire.
Spesso sono gli stessi media che dovrebbero fare informazione a promuoverla, alimentando l’allarmismo a ogni episodio di rapimento di minori senza poi dar seguito alla notizia raccontandone gli sviluppi, che spesso parlano di violenze e abusi avvenuti in famiglia o comunque nella cerchia di conoscenti. Allarmismi che sempre più spesso, ultimamente, scatenano episodi di violenza e odio razziale, assalti e incendi ai campi nomadi, discriminazione dei bambini nelle scuole e addirittura ispirano politiche razziste di triste ma recente memoria.
Eppure chi si è preoccupato di contattare le questure e spulciare gli atti giudiziari va da tempo affermando che di casi accertati di sottrazione di minori da parte degli zingari, di avvenute condanne, non ce ne sono. L’ultima voce (in ordine di tempo) che lo ribadisce è quella della Fondazione Migrantes della Cei (la Conferenza episcopale italiana) che ha presentato nei giorni scorsi un volume di sintesi della ricerca dedicata alla sottrazione di minori gagè e affidata al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università degli Studi di verona, intitolata La Zingara rapitrice. Incentrata sui presunti tentati rapimenti addebitati ai rom nell’arco di tempo che va dal 1986 al 2007 in Italia, la ricerca sembra destinata a sfatare la leggenda: [...] Il risultato principale che emerge dalla ricerca è che “non esiste alcun caso in cui viene commesso un rapimento. Nessun esito, infatti, corrisponde ad una sottrazione dell’infante effettivamente avvenuta e provata oggettivamente. Anche laddove si apre un processo, il fatto contestato viene sempre qualificato come delitto tentato e non commesso” [...]
Peccato che la sua pubblicazione sia passata in sordina. Onestà intellettuale dei tanti giornalisti che altro non fanno che gridare allo zingaro vorrebbe che ne dessero conto.

- Titolo: La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007)
- Autore: Tosi Cambini Sabrina
- Editore: CISU
- Data di Pubblicazione: 2008
- Collana: Romanes
- ISBN: 887975419X
- ISBN-13: 9788879754194
- Pagine: 142
La foto è tratta da Kelebek http://www.kelebekler.com

No al DDL che trasforma la libera espressione della rete in testate giornalistiche. I siti e i blog sono libera espressione democratica non paragonabile alle testate giornalistiche registrate al Registro Operatori Comunicazione che devono osservare l’apposita legge sulla stampa. Ancora una volta si cerca di limitare le libertà degli Italiani procedendo sulla strada della censura. I reati di diffamazione sono tranquillamente perseguibili senza porre ostacoli alla libertà d’espressione.
Chiediamo al Consiglio dei Ministri di ritirare il DDL che imporrebbe l’iscrizione al ROC anche dei semplici blog.
si firma qui
per saperne di più: Punto informatico
controcorrente: Vittorio Zambardino
Il disegno è preso in prestito dall’archivio del blog di Beppe Grillo

Filosofie in Africa, a cura di G. Leghissa, “Simplegadi” 12, 2007, 28 (con contributi di B. Bujo, P.J. Hountondji, H. Kimmerle, M. Massoni, D. Mozzato, S. Ngoenha, L. Procesi, K. Wiredu)
Altre Afriche, a cura di G. Leghissa e D. Zoletto, “aut aut” 339, 2008 (con contributi di S. Adamo, M. Aime, R. Altin, K.A. Appiah, R. d’Abdon, R. Kirchmayr, C. Lanzano, G. Leghissa, A. Mbembe, M. Mellino, C. Mengozzi, S. Mezzadra, D. Zoletto)
Roma -Libreria Ave- Via della Conciliazione, 12
sabato 15 novembre, alle ore 17 e 30
Lo scopo della serata è duplice: da un lato, attirare l’attenzione sull’importanza della filosofia africana nell’ambito del dibattito filosofico interculturale in un paese come l’Italia in cui si parla poco di filosofia interculturale in generale e africana in particolare; dall’altro, sottolineare il carattere sperimentale e innovativo della produzione culturale (non solo filosofica, ma anche artistica e musicale) di varie realtà africane in quanto luoghi della postcolonia. La questione della postcolonia comporta un duplice sguardo sui fenomeni della globalizzazione. Innanzi tutto, si tratta di cogliere il carattere innovativo dei fenomeni di ibridazione culturale e di reinvenzione delle tradizioni, sia nell’ambito della realtà africana continentale, sia nell’ambito delle varie diaspore africane; ciò permette di far emergere come l’Africa non sia più il luogo dell’altro, ma sia parte integrante di quei processi di incrocio culturale che attraversano il pianeta; in secondo luogo, va evidenziata la centralità del nesso che connette differenze di classe, di genere e culturali nell’ambito dei processi di costruzione identitaria. Ciò che rende interessante la realtà africana è la drammatica varietà di queste connessioni, dal momento che l’Africa si presenta come il più avanzato laboratorio delle sperimentazioni neoliberali. D’altra parte, altrettanto ricca è la varietà delle forme di resistenza, fatte giocare in primis sul piano della critica culturale, al fine di rendere possibile una presa di parola autonoma, capace di restituire dignità a quanti vivono nel continente africano.
Nota: quello nella foto è Youssou N’ Dour, cantante e batterista senegalese che amo. Ha collaborato con musicisti del calibro di Peter Gabriel, Paul Simon, Sting e Neneh Cherry. La sua musica mescola ritmi africani, caraibici e pop.
La foto è tratta da http://www.ondarock.it

Miriam Makeba, 1990.© Neal Preston/Corbis
November 10th, 2008 in
Autobiografie,
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Non so se accade ovunque, ma nelle grandi citta è facile incontrare i venditori di strada, spesso senegalesi, di Terre di Mezzo, una piccola casa editrice che con la vendita in strada di giornali e libri vuole offrire una opportunità di lavoro agli immigrati che faticano ad integrarsi nella nostra società.
Sempre sorridenti e amichevoli, i venditori di strada stazionano spesso nei pressi delle grando librerie, raccontano storie, ti invitano alle chiacchiere… è quasi impossibile resistere alla loro simpatia. Tra i libri che mi è capitato di acquistare da loro (i prezzi sono sempre molto contenuti e la veste grafica povera ma accattivante) ce ne sono due che ho quasi consumato a forza di consultarli, due librettini di ricette, le ricette di Pappamondo.
Il primo, Cucina indiana per italiani curiosi, propone più di 50 ricette delle diverse tradizioni indiane così come vengono preparate dai migliori cuochi dei ristoranti indiani milanesi e in appendice tutti i negozi dove trovare gli ingredienti giusti e un glossario essenziale delle spezie. Le ricette tengono conto delle abitudini e del palato nostrani, e sono di semplice anche se a volte un po’ lunga preparazione. Preziose quelle per preparare gli chutney, conserve di frutta o verdura cotte in una base di aceto e zucchero.
Il secondo, Cucina africana per italiani curiosi, contiene 40 e più ricette tradizionali da Costa d’Avorio, Nigeria, Ghana, Senegal, Togo, Antille, sperimentate e affinate da Djea Bernadette, una cuoca ivoriana che vive e lavora in Italia, eche ha ceduto i diritti d’autore di questo volumetto all’associazione Nyatepe, che sostiene progetti per i ragazzi di strada a Lomé-Togo.
In catalogo ce ne sono però anche altri, con ricette di ogni parte del mondo e addirittura un volume, Street Food. Cucina di stra per italiani curiosi, dedicato ai tanti piccoli sfizi che, a passeggio per e strade d’Africa come sulla riviera romagnola, gli ambulanti offrono in un cartoccio; oppure dentro un cono, una foglia, un panino.
Oltre alla collana di libri di ricette Terre di Mezzo propone anche testi di poesia e narrativa, sempre da tutto il mondo, guide al turismo e al consumo responsabili, testi di pedagogia. E se abitate in un piccolo centro o nella vostra città non ci sono i venditori di strada, poco male, potete sempre acquistarli on line sul sito di Terre.
La lunga battaglia per il controllo della riproduzione e per il copyright.
Libri, canzoni, film e spettacoli tv. Il dominio della copia ora è di tutti.
I RADIOHEAD hanno distribuito il loro ultimo album attraverso Internet, senza una casa discografica alle spalle. “Copio, dunque sono” segue lo stesso percorso. Un libro che viene pubblicato senza un editore, direttamente dall’autore, sfruttando le possibilità che oggi Internet offre, attraverso un sito di editoria on line che si chiama “Ilmiolibro.it“.
Niente editore, niente distribuzione tradizionale, il dominio della copia completamente nelle mani dell’autore, che decide non solo il contenuto del libro, ma anche la sua forma e il prezzo, e lo mette in distribuzione solo attraverso la rete. “Copio, dunque sono” è un libro”on demand” che può essere acquistato solo sul sito di “Ilmiolibro.it” e che ogni acquirente riceve direttamente a casa. Non ci sono copie stampate in precedenza, ogni libro viene stampato solo nel momento in cui viene richiesto da chi lo vuole acquistare. Non ci sono resi, non ci sono copie che vanno al macero, non ci sono copie che circolano nelle librerie. Ma è un libro vero e proprio, per chi ama i libri e non pensa che possano essere sostituiti dai file digitali.
”Copio, dunque sono” è un libro che parla di come il dominio della copia non sia più nelle mani degli editori, dei discografici, dei produttori, dei distributori. Ed è un libro che vive completamente questa realtà. Il copyright è dell’autore, che è anche responsabile della pubblicazione ed è editore di se stesso. “Copio, dunque sono”, dimostra che il dominio della copia è passato nelle mani degli autori.
E’ una storia lunga quella che Assante racconta in questo volume, una storia affascinante, quella del dominio della copia. Del potere di copiare le cose. Anzi, non le cose, ma i pensieri, i testi, le immagini, i suoni, tutte quelle cose che rendono la nostra vita più bella, più appassionante, più ricca, libri, dischi, film, spettacoli televisivi, poesie, canzoni, fotografie.
Quello per il “dominio della copia” e sul diritto d’autore è un campo di battaglia vero e proprio, sul quale ci sono stati, nel corso degli anni, grandissimi scontri, molti dei quali tuttora in corso. Non tanto sul principio fondamentale, quello per il quale l’autore è proprietario di tutti i diritti sulla propria opera e quindi li può cedere a terzi per pubblicarla, copiarla, stamparla, distribuirla, principio che è giustamente rimasto immutato. Quanto sui diritti degli utenti che, una volta acquisita legalmente una copia, possono farne determinati utilizzi e non altri, e sulle possibilità di realizzare delle copie. Ogni volta che nuove tecnologie di copia sono arrivate nelle mani del pubblico le battaglie si sono moltiplicate, da quella dell’industria discografica, negli anni Ottanta, contro le audiocassette che servivano per ascoltare le canzoni copiate sui walkman, a quelle delle industrie cinematografiche negli anni Novanta per limitare i danni dopo l’avvento dei videoregistratori, da quelle degli editori contro l’uso delle fotocopie dei libri, a quelle delle aziende che producono videogiochi contro le copie su cd, fino ad oggi, con i casi più recenti, quello di produttori televisivi come la Viacom contro YouTube, e quello degli editori contro Google, per la riproduzione di parti di libri.
E’ sul fronte della musica che gli scontri si sono fatti più vivaci negli ultimi anni, soprattutto da quando, con l’avvento di Internet, copiare e distribuire canzoni non è stata più un attività tecnologicamente limitata alle case discografiche.
Le case discografiche hanno controllato il mercato della musica registrata fino a quando erano in grado di dominare le copie, fino a quando erano gli unici in grado di mettere in vendita copie di dischi, fino a quando c’era il vinile. Poi hanno perso un po’ del loro potere quando è arrivata la radio, un altro pezzo, molto più grande, quando sono arrivati il registratore, le cassette, il walkman. Quindi lo hanno perso del tutto quando sono arrivati i computer, i file mp3, i masterizzatori. E quando tutto è diventato più semplice con Internet. La digitalizzazione dei contenuti, audio, video, testi, ha messo nelle nostre mani il potere di copiare i contenuti stessi. Si possono copiare film, che prima era impossibile copiare, si possono copiare libri, che prima era impossibile copiare, si possono copiare i cd e tutta la musica che contengono. Il dominio della copia è passato nelle nostre mani.
November 7th, 2008 in
Saggistica |
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«1 gennaio 1948: entra in vigore la nostra Costituzione. “Lavoro”, “solidarietà”, “eguaglianza” sono i valori fondamentali ai quali è affidato il compito della convivenza politica in una società più giusta. Memore delle gravi limitazioni alla libertà di emigrare introdotte dal regime fascista, l’art.35, terzo comma della Costituzione stabilisce che la Repubblica riconosce la libertà di emigrazione».
«30 dicembre 1986: viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge n. 943. Si tratta della prima normativa sull’attività lavorativa degli stranieri in Italia». Inizia e finisce con questi due promemoria l’Agemda 2009, agenda dei diritti di Magistratura Democratica e Arci che quest’anno ha come tema l’immigrazione e che apre anche un’altra agenda, quella della Maratona Arci dei diritti dal 9 novembre al 10 dicembre.
Tra gennaio a dicembre l’immigrazione riempie l’Agemda di eventi, date storiche, appuntamenti, racconti d’autore, vignette, dossier d’approfondimenti con contributi di scrittori come Andrea Camilleri, Edoardo Affinati, Kossi Komla-Ebri, Tahar Lamri, Ingy Mubiayi Kakese. L’ironia delle vignette sulle situazioni che spesso i migranti si trovano ad affrontare è affidata invece alla matita di Altan, Vauro, Chiappori e Staino. Del vignettista de l’Unità è anche la copertina dell’ Agemda: «Perché vi mettete in mare se sapete che forse morite?», domanda Ilaria, la figlia di Bobo, ad un migrante che le risponde secco: «…Per il forse».
Dodici mesi in compagnia di tutto questo «per rendere quotidiano il confronto con un tema purtroppo così attuale e spinoso per la democrazia del nostro paese» spiega Rita Sanlorenzo, segretaria nazionale di Magistratura Democratica. «C’è un palese distacco, infatti - continua Sanlorenzo - dalla situazione dei migranti in Italia, a partire dalle battute di spirito. L’Agemda, invece, riporta alla quotidianità dell’immigrazione e spinge continuamente al confronto, soprattutto se si leggono le segnalazioni a piè di pagina e i racconti di vita vissuta».
L’Agemda è anche un modo per segnare un’altra agenda, quella politica - «che si contrapponga a quella del Governo che va nella direzione opposta», chiarisce Paolo Beni, presidente Arci. «Così l’agenda “migranti” diventa anche uno dei tanti strumenti culturali necessari a far uscire i cittadini dal binomio marginalità e conflitto e per ridare senso all’idea della comunità». Il percorso è lungo e pieno di eventi tutti organizzati in vista del 10 dicembre per ricordare l’appuntamento più importante dell’Agemda 1948: l’approvazione della Dichiarazione dei Diritti Umani da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.